Cronache… dall’acquario, parte 6. Non tu. Non io. Non loro. Tutti.

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Era inevitabile.
Si pensa sempre che a noi non succederà.
Ma il cerchio si stringe.
Prima un’amica di Milano. Fa il tampone, positivo, la tosse è così forte che non riesce a respirare. Si riprende dopo sei giorni di ospedale.
Poi la nonna di un amico, che  no, non si riprende dopo sei giorni di ospedale.
A questo, sommo l’insegnamento avuto l’anno scorso, un’operazione che non ha lasciato solo segni sulla mia pancia, ma un trauma indelebile nella mia vita.
Nessuno è intoccabile. Nessuno è un highlander.

Le lunghe dita del Covid-19 hanno toccato la mia famiglia.
Stanno bene, combattono da soli tosse e perdita di gusto e olfatto. Il problema è, che vivono in una piccola comunità a pochi metri di distanza uno dall’altro. Madre, zii, cugini, nonni. Tutti a un piano di differenza o al di là del giardino.
Oggi ho passato due ore a fare provviste per tutti – e credo di poter scrivere una tesi su “La psicologia della lista della spesa”: vince mia nonna che ha messo tutto in ordine di apparizione negli scaffali del negozio, con andata per il corridoio principale e ritorno dall’altro corridoio largo, perde mia madre che ha annotato i prodotti come le venivano in mente e mi ha fatto fare la pallina del flipper.

Per sfogarmi e combattere a modo mio, ho reagito come faccio spesso. Ho disegnato, ascoltato musica classica e bevuto un bicchiere di vino rosso, e da brava amante della sci-fiction è uscita la vignetta qui sopra.
Non credo che siamo in guerra, ma le parole dei politici mi hanno ispirata, oltre all’idea che ho da sempre, che l’uomo si riconoscerà finalmente come unica specie, quando arriveranno gli alieni sulla Terra.
Quello che conta, è che siamo tutti nella stessa melma.

Stay safe.

Cronache di un confinamento, parte 5. La rivelazione dell’assassino.

Io sono privilegiata. Io comunque sono a casa. Nella mia vita “normale” dormo, vivo, gioco, mangio, lavoro a casa. Quello che cambia, è che non posso viaggiare, un altro privilegio della mia vita freelance che mi permette di lavorare in qualsiasi posto io ne abbia voglia.

Io scrivo. Posso continuare a scappare e ad uscire con la mente. Disegno, leggo con un bicchiere di vino rosso in mano, guardo gli alberi che stanno mettendo le prime foglie e cambiando colore. Mi occupo delle mie piante, degli uccelli selvaggi che si sono abituati a venire a guardarmi dalla finestra, e ogni volta che riemergo da queste attività, mi ricordo di cosa stia accadendo nel mondo.
Ogni volta è un piccolo shock. Ogni volta è una piccola vertigine di irrealtà. Ma davvero siamo in contenimento? Ma davvero stiamo vivendo una pandemia? Nel Ventiventi? Questo numero che allo scoccare della mezzanotte del nuovo anno, sentivo pieno di promesse.
E nonostante tutto, continuo a crederlo.
Oggi, arrivata a pagina 176 del mio secondo romanzo, ho finalmente scoperto chi è l’assassino. Non lo sapevo prima, seguivo il flusso della storia scoprendo passo passo dove mi portava l’intreccio e meraviglia, ripassando tutto quello che è successo alla mia eroina fino ad ora, tutto torna. Non poteva essere un’altra persona. Altre 120 pagine e ho finito. Forse. Non avere distrazioni aiuta. Scrivere, aiuta.

Non mi posso lamentare. Ripeto, sono una privilegiata.
Spero che anche l’essere umano riesca a scoprire chi è il suo di assassino, dopo tanti secoli – anzi millenni- di scelte discutibili, di guerre, di corse al potere, di ingiustizie e sfruttamento di un pianeta che è sempre più piccolo. Che questa pausa si riveli feconda.
Amen.

Cronache di un confinamento, parte 4. Dio non gioca a dadi con l’universo

Him solo per aggiunta testo

Forse in questo periodo sarebbe meglio non dirlo, ma “L’ombra dello scorpione” di Stephen King è uno dei miei libri preferiti. L’ho letto tre volte. Ad attirarmi, oltre al tono thriller e catastrofico (sono amante dei monstermovie e dei film di fantascienza), mi ha affascinato come analizzava il comportamento dei personaggi sopravvissuti.

Nel nostro caso, grazie al cielo, la pandemia non è così assassina e violenta come nel romanzo (li ci si contagia e si muore male in poche ore, senza distinzione di età), ma mi chiedo comunque, come ci comporteremo noi sopravvissuti?

Credo sia importante riflettere sul “The day after”, sul dopo. E dobbiamo farlo noi, ogni singolo cittadino, perché i nostri governi si sono mostrati completamente inadatti ad affrontare la crisi. Una pandemia non può essere gestita autonomamente da una nazione. Ci concerne tutti, moriamo tutti. Questo, e per altre questioni come lo sfruttamento delle risorse naturali del pianeta, è un problema che va affrontato da un consiglio… da un governo mondiale composto da persone provenienti da tutto il pianeta. Ancora oggi, in Svezia, ci si può incontrare in manifestazioni con un massimo di CINQUECENTO persone! Ma in che universo vivono? Non hanno visto cosa sta succedendo nel resto dell’Europa, nel resto del mondo? La Spagna ha sottovalutato e ora è il paese con più morti dall’inizio della pandemia, più che la Cina! Idem per la Gran Bretagna che non ha più posto negli ospedali! Come è possibile? Come possiamo accettarlo?
La paura della crisi economica è più forte del proteggere la propria popolazione? Il fatto è, e mi ripeto, che non concerne solo loro. Le frontiere sono linee immaginarie, non muri elettromagnetici inviolabili. Esiste sempre quel modulo giusto da compilare che ci permette di passare, e con noi, chissà che non passi anche quella pallina coronata microscopica.

Ieri ho ricevuto un documento, risalente al 2006, da una persona informata che aveva girato un documentario sulle ditte farmaceutiche – aveva fatto ricerche per anni, tanto da disturbare qualcuno in alto e ricevere minacce telefoniche a casa – che brevetta un nuovo ceppo di coronavirus creato artificialmente  in un laboratorio di Wuhan (un posto a caso?), redatto da una ditta farmaceutica francese.
E qui non aggiungo altro, non sono una complottista, ma credo sia utile restare critici su quello che ci viene detto, bisogna riflettere e valutare. Magari è veramente impossibile che uno degli scienziati che lavorano li dentro non si sia protetto alla meglio, forse non ha voluto nascondere un errore procedurale per non perdere il lavoro, o forse un animale da laboratorio, non è riuscito a sfuggire, o a farsi mordere da un altro animale che è passato tramite le condotte dell’aria o un buco nel muro…

Come ha detto Einstein, Dio non gioca a dadi con l’universo, perché dobbiamo farlo noi?

Cronache di un confinamento, parte 3. Gli uccelli (non quelli di Hitchcock)

 

Paride_chiede_semini

O meglio, “Cronache dall’acquario”!

Pazzesco.
Mi diceva una conoscente qualche giorno fa che ha notato un cambiamento nell’atteggiamento degli uccelli in libertà. Che hanno meno paura, che si avvicinano. L’avevo notato anche io con un piccione quando sono andata con il mio compagno a filmare le strade e le piazze vuote di città per il suo documentario. Era volato ai miei piedi e mi guardava fissa, dal basso come non avevo mai visto fare a un piccione. Pareva chiedermi “Ma… ma dove siete finiti tutti, umani?”

Poco fa, ero in cucina, concentrata sulla scrittura del mio libro. Ho sentito un rumore come un frullare d’ali e poi dei piccoli fischietti ripetuti. Mi volto e guardo fuori dalla finestra vicino alla porta di casa, l’unica ad avere una griglia metallica. Vedo un uccellino, un Paride, piccolo uccello di bosco con il carpo grigio e la testa nera, che guarda all’interno e pigola. Svolazza via, poi torna insistente, arrivando a picchiettare il becco sul vetro. Sorrido, meravigliata per questa sorprendente interazione. Da quando sono in questa casa, anche se immersa nel bosco, non è mai successo, ma ho subito capito che cosa volesse da me. Sono uscita per verificare: i semi nel mio “aeroporto per volatili” erano finiti.

La mia prima reazione è stata di meraviglia, di bellezza nel constatare che quell’uccellino aveva capito che ero io a mettere i semi nei vasi appesi qui fuori. La seconda è stato realizzare, che se lo fa, è perché probabilmente molta gente non li sta più nutrendo. Abbiamo reso dipendenti anche loro.

Rettifico.
Sono passati solo trenta minuti da quando ho scritto questo post.
Nonostante io abbia riempito i vasetti, il Paride continua a venire a guardarmi dalla finestra! Forse c’è di più, forse veramente si stanno chiedendo che fine abbiamo fatto. Si mette sulle sbarre e mi guarda come se i ruoli si fossero invertiti, ora sono io in un acquario dello zoo. Poi ogni tanto va a prendersi un seme di girasole, lo apre picchiettandolo su un ramo e torna. La natura è sorprendente.

Cronache di un confinamento, parte 2. Il sorriso di una commessa.

STRISCIAfantasmagoria_pausaCovidIl ritorno alla realtà dopo tre giorni passati in una cascina isolata in montagna.

Lassù non arriva niente. La rete internet sul telefono è scarsa.
L’acqua sgorga dal lavandino direttamente dal fiume, l’energia elettrica è solare, il calore lo si crea prima tagliando e accatastando legna, poi mettendo i ciocchi nella stufa.

Scendendo ero serena. Ero stata nella natura, al sole poi nella nebbia. Mi ero rigenerata. Le notizie del “quaggiù” arrivavano comunque tramite un whatsapp saltellante e la radio – tra una canzone e l’altra si parla solo di quello. Arrivavano numeri, nuove disposizioni, nuove regole di contenimento. Però, lassù, si è sopra le nuvole e tutto diventa subito lontano.

Poi si scende.
Un blocco di polizia. Poche auto in giro. Un negozio di alimentari aperto. Mi danno un cartellino giallo con un numero sopra, il 5. Mi ricordano di tenere le distanze di sicurezza e mi indicano il gel disinfettante da spalmare sulle mani prima di entrare. Prendo due cose rapida. In sottofondo, “Incomplete” dei Backstreetboys, i miei idoli adolescenziali. La canticchio sfilando tra gli scaffali con un senso d’ansia che sale ogni volta che incrocio una persona che mi passa al largo. E’ tutto così irreale e troppo reale al tempo stesso.
I commessi indossano guanti e mascherine e hanno montato un plexiglass di separazione davanti alle casse, con un buco in basso per passare i soldi come in banca. La cassiera mi guarda, le sorridono gli occhi, mi saluta con un sorriso che non vedo ma che sento e io vorrei dirle grazie perché è Domenica, perché lei è li a lavorare per noi, perché mi sorride, ma non ci riesco, mi si blocca in gola e piango e scappo da un’emozione che non riesco ad esprimere a parole.

Cronache di un confinamento, parte 1

Copia di cosmonautabiancoLARGOLungo

Non sono sicuramente originale. Siamo tutti chiusi in casa e abbiamo tutti bisogno di esprimerci sull’argomento. Ma ognuno di noi la vive a modo suo, e trovo importante l’esistenza di una moltitudine di testimonianze di quarantena, in modo che si possano leggere in futuro e non dimenticare.

La cosa che mi stupisce di più, e che mi mette il sorriso, è la calma della gente.
Stiamo tutti affrontando il confinamento con serenità e humor. Chi più-chi meno, c’è chi da fuori di matto a trovarsi per la prima volta a sopportarsi da solo o a passare del tempo con la famiglia, ma non essendoci alternative, l’accettazione della situazione è d’obbligo. Si ha tempo per pensare, tempo per occuparsi di cose lasciate da parte da troppo tempo. Leggo di gente che sta imparando a cucinare, a cucire, che fa lezioni di yoga su skype.

Io ne sto approfittando per andare avanti con i miei progetti creativi, cosa che faccio già nella mia vita “normale”, ma ora mi sento come in dovere di usare il tempo che ho a disposizione per essere veramente produttiva e smettere di procrastinare. Lo sento come un’occasione. Aiuta molto l’assenza del mio perenne senso di “perdita” di quello che sta avvenendo nel modo di fuori quando mi isolo in eremitaggio. Per una volta non ho tentazioni, me ne sto a casa tranquilla, tanto nel mondo di fuori non sta accadendo proprio niente. Nelle prossime due settimane avrei dovuto prendere tre treni e due aerei. Invece, tutto cancellato. E mi sento più leggera.

Rimetto ordine, sia fisicamente che psicologicamente. Oggi ho finalmente attaccato le scatole del trasloco che mi guardano da mesi da un angolo dell’atelier, ho piegato e messo a lavare i vestiti ammucchiati sulla poltrona in camera da letto, ho buttato su carta tre idee di racconti con tema principale l’isolamento forzato che vagheggiavano nella mia mente da giorni, ho pubblicato su instagram dei disegni che non osavo mostrare.
Stare in casa mi da voglia di uscire allo scoperto. Di rimettere a posto la mia vita, di prendere decisioni. Di liberare la mia immaginazione e farla conoscere al mondo.